Scrivere, solo per il gusto di farlo, per il bisogno di sentirsi espresso, soprattutto di notte, il covo delle riflessioni forbite, dei pensieri profondi.
L'attimo in cui ho raccolto i pensieri, quell'attimo esatto, mi ha trasmesso quiete, come un uomo in attesa di starnutire, alla fine dell'"heeeeeeeee...." e prima del "tciùùùùùùùùù".
Molto prosaico come esempio, ma, ritengo, molto efficace.
Alla fine di una giornata carica d'ansia per le cose che pensavo avessi da affrontare e alla fine non ho potuto, non per volontà mia, ora mi ritrovo sereno, momentaneamente e altrettano momentaneamente serafico nel pensare il mio futuro come un susseguirsi di innumerevoli presenti, di innumerevoli giorni-come-oggi, fatti da lavoro, allenamenti, viaggi in treno, letture.
A volte, non spesso, mi ritrovo a riflettere su quanto sia breve la vita di un uomo rispetto allo sbattimento che ci sta dietro per renderla migliore (poi di cosa? bah...).
E non posso non pensare al motto scozzese: "Goditi la vita, perché poi sarai morto per un bel pezzo.".
Ebbene sì, godersela, ma come?
Potrei abbandonare il lavoro e vivere alla venutra, che tanto una ciotola di riso la si rimedia da tante parti. Abbandonare l'Italia, altro leit-motiv trito e ritrito, ma sempre attuale, e andare in un paese tutta natura, in uno di quei paesi che ci si immagina poverissimi, ricoperti di palme da cocco e di banani, in cui i bambini (ovviamente neri) corrono per strada vestiti di stracci o nudi, rincorrendosi tra loro e ridendo coi loro denti bianchissimi.
Chissà perché si pensa sempre che la vita lì sia sempre più felice che di quella che si vive.
Che poi sarebbe da capire perché un abitante di un paese di palme da cocco si debba ammazzare per raggiungere l'Italia per vivere una condizione peggiore della nostra. Forse pensiamo che siano tutti masochisti o dei "buoni selvaggi" che non conoscono come va la vita.
O forse siamo solo noi degli illusi che da bravi medio-borghesi ci siamo appropriati di quelle immagini, palme, bambini e banani come esempio di ciò che è felice, naturale, diverso e quindi per forza migliore di ciò che abbiamo.
Ma a parte lo straparlare tipico della mia età e del mio genere, la domanda è e resta soltanto una: "Who am I?".
Mai visto gli Animatrix, uno spin-off in versione manga del film?
Morale della favola, a volte mi sento come il ragazzo di "A boy story".
Non mi entusiasmo più di tanto nel mio vivere quotidiano, ciò che mi circonda non mi stimola più come prima. So che alcuni di voi potrebbero pensare che o mi drogo o avrei bisogno che lo facessi, di drogarmi intendo e probabilmente non ne avreste tutti i torti.
Ma quando rifletti, ti guardi intorno e non ti ritrovi in ciò che ti circonda, non ti riconosci e non ti senti propriamente a tuo agio.
Bè, quel tuo sentirti qui e contemporaneamente altrove, ti fa chiedere sempre "Who am I?", chi sono? e cosa sarò?
Da cui poi consegue la seconda domanda "Where do I begin?" non per essere mongrafici ovviamente, ma inevitabilmente un richiamo evidente ciò.
E allora mentre il ragazzo di "A boy story" scopre che la realtà che non lo aveva mai accolto del tutto e che lui non aveva mai fatto sua in realtà era Matrix, io allo stesso modo mi chiedo se quello che mi circonda sia davvero la mia realtà o sia un artefatto nel quale non mi riconosco e dal quale un giorno mi sveglierò sabttendo le palpebre e chiedendomi quale sogno avessi fatto fino a qualche istante prima.